Gioco, emozioni e motivazioni: comprendere il cane oltre i vecchi stereotipi

Per molto tempo, nel mondo cinofilo, la sequenza predatoria è stata osservata quasi esclusivamente con sospetto. Comportamenti come rincorrere, afferrare, strattonare o inseguire venivano facilmente associati all’aggressività o alla volontà di “dominare”, portando spesso proprietari e professionisti a cercare soprattutto di limitarli o sopprimerli.

Oggi, grazie agli studi etologici, alle neuroscienze e agli approcci cognitivo-zooantropologici, sappiamo che la realtà è molto più complessa — e decisamente più interessante. La sequenza predatoria, infatti, non rappresenta automaticamente un problema comportamentale. Fa parte del repertorio naturale del cane ed è profondamente intrecciata al suo modo di percepire, esplorare e vivere il mondo.

Quando parliamo di sequenza predatoria ci riferiamo a una serie di comportamenti organizzati che, nel predatore, comprendono:

  • Esplorazione
  • Orientamento
  • Punta
  • Agguato
  • Inseguimento
  • Presa
  • Dissezionamento
  • Consumo

Nel cane domestico queste fasi non si manifestano sempre in modo completo. La selezione genetica fatta dall’uomo nei secoli ha modificato profondamente questo repertorio, enfatizzando alcune componenti e riducendone altre. Pensiamo ad esempio al Border Collie, selezionato per controllare il movimento del gregge: fortissima attenzione visiva, orientamento e inseguimento, ma grande inibizione della presa. Oppure ai Retriever, capaci di afferrare delicatamente e riportare senza danneggiare. O ancora ai Terrier, spesso molto motivati nella presa e nel dissezionamento.

Questo ci fa capire un aspetto importante: nel cane la predazione non riguarda soltanto la caccia. Riguarda anche il modo in cui il cane organizza le proprie motivazioni, le proprie emozioni e perfino alcune modalità relazionali.

Ed è qui che entra in gioco un concetto estremamente affascinante, approfondito anche da Michele Minunno nel libro “Dalla predazione alla relazione”. L’idea centrale è che, nel processo di domesticazione, molte componenti della predazione si siano progressivamente trasformate in strumenti di comunicazione e relazione sociale. In altre parole, il cane non ha semplicemente “perso” l’istinto predatorio. Ha imparato a modularlo e a inserirlo all’interno delle interazioni sociali.

Se osserviamo due cani che giocano tra loro, infatti, possiamo riconoscere facilmente elementi che ricordano la sequenza predatoria:

  • Rincorse
  • Fughe
  • Orientamenti reciproci
  • Afferri controllati
  • Cambi di direzione
  • Alternanza dei ruoli

Ma ciò che rende tutto questo gioco sociale e non conflitto è la presenza della comunicazione. I cani si leggono continuamente. Attraverso il corpo, le pause, le posture, la prossemica, i tempi di risposta e la capacità di autoregolarsi.

Un cane che durante il gioco si ferma, rallenta, si mette laterale o lascia volontariamente la presa sta comunicando. Sta dicendo all’altro: “Sono ancora dentro la relazione”. Ed è proprio questa capacità di modulazione che trasforma una motivazione predatoria in esperienza sociale condivisa.

Anche il tanto discusso tira e molla rientra perfettamente in questo discorso. Per anni è stato descritto come un gioco “pericoloso”, capace di aumentare aggressività o dominanza. In realtà, se proposto nel modo corretto, il tira e molla può diventare uno strumento relazionale incredibilmente ricco. Non si tratta semplicemente di “sfogare il cane”. Attraverso il gioco possiamo lavorare su aspetti profondi come:

  • Motivazione
  • Collaborazione
  • Autocontrollo
  • Tolleranza alla frustrazione
  • Regolazione emotiva
  • Fiducia reciproca

Ed è interessante osservare quanto tutto questo abbia anche una forte componente neurofisiologica. Quando il cane gioca in maniera coinvolgente e positiva, il cervello attiva circuiti legati al piacere, alla motivazione e alla relazione sociale. Entrano in gioco neurotrasmettitori e sistemi emotivi come:

  • Dopamina
  • Endorfine
  • Ossitocina
  • Modulazione del cortisolo

Questo significa che il gioco condiviso non è soltanto attività fisica. È una vera esperienza emotiva e relazionale. Il cane non sta semplicemente correndo dietro a un oggetto. Sta vivendo un’esperienza in cui osserva, anticipa, sceglie, si attiva, si regola e interagisce con il partner umano.

Ed è anche per questo che strumenti apparentemente semplici — come una treccia, un salamotto o una canna da pesca — possono diventare così preziosi. Con la canna da pesca, ad esempio, possiamo simulare movimenti rapidi, fughe, rallentamenti, cambi di direzione. Il cane osserva, si orienta, rincorre, afferra. E il gioco non deve necessariamente interrompersi alla presa. In alcuni casi possiamo persino “chiudere” parte della sequenza proponendo una busta da aprire con piccoli premi alimentari all’interno, permettendo al cane di utilizzare anche manipolazione, problem solving e consumo.

Ovviamente non si tratta di vera predazione. Ma per molti cani rappresenta comunque una forma di appagamento cognitivo, emotivo e sensoriale estremamente significativa. Perché spesso il cane non ha bisogno soltanto di stancarsi. Ha bisogno di sentirsi competente. Coinvolto. Parte attiva di qualcosa.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più importanti che dovremmo recuperare nella relazione con i nostri cani. Smettere di considerarli macchine da controllare continuamente e iniziare a riconoscerli come individui dotati di emozioni, motivazioni, bisogni specie-specifici e capacità relazionali profonde.

Il gioco fatto bene non serve soltanto a “scaricare energia”. Serve a creare dialogo. A costruire fiducia. A dare significato alle esperienze condivise. E, in fondo, anche questo è relazione.

Mauro Carta